martedì 30 dicembre 2014

BUON ANNO

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mercoledì 24 dicembre 2014

Paura e delirio a "Motorcity": i Pistons e la rivoluzione interna

Negli ultimi anni in NBA si è ampiamente diffusa la moda di costruire una squadre mettendo insieme diverse stelle in grado di garantire un rendimento eccellente in poco tempo.
Non sempre ,però, il roster a disposizione assicura grandi prestazioni e la chimica di squadra influenza spesso l'andamento stagionale di tutta la franchigia.
Il caso più eclatante è quello dei Detroit Pistons.
Nati sulla scia dei "Big three" di Miami, nella città del Michigan si decide di dare vita , circa due anni fa, ad un progetto in grado di portare la squadra ai fasti di una volta.
Fondati sull'asse Jennings - Smith - Drummond, i Pistons dell'allora coach Cheeks sembrano promettere bene... ma qualcosa comincia a non funzionare.
La mancata qualificazione alla post-season, e le figuracce rimediate in campo, non scoraggiano però i dirigenti della MotorCity che decidono di mettere in piedi un nuovo progetto guidato dall' ex Magic Stan Van Gundy nelle vesti di presidente/coach.
La squadra, modificata di poco rispeto alla precedente stagione, non sembra però dare risposte ottendendo solamente il pessimo record di 5 vittorie e 23 sconfitte.
La causa di questo tracollo, non tanto inaspettato, deriva, secondo gli addetti ai lavori, dalla difficile convinenza fra i tre lunghi titolari adattati spesso a ruoli non proprio familiari.
Quando tutto sembra ormai segnato arriva il classico fulmine a ciel sereno: il presidente/coach Van Gundy decide di tagliare l'ala ex Atlanta Josh Smith.
La notizia lascia di stucco sia l'intera Lega, per la possibilità di tesserare un giocatore di alto livello, sia i tifosi di Detroit, mortificati dal destino di una squadra ormai allo sbaraglio.
Per quanto rigurada Josh Smith, 13,5 milioni a stagione per 2 anni, si prospettano diverse soluzioni.
L'ala ex Atlanta, infatti, subito dopo il taglio ha ricevuto ben 3 offerte rispettivamente da Dallas, Houston e Sacramento.
Souzione Dallas
Qualora approdasse ai Mavericks, Smith andrebbe a ricoprire il ruolo di cambio di Dirk Nowitzki. Il suo destino sarebbe quello di "guidare" la second unit dei Texani diventando effettivamente un quinto, se non sesto o settimo, violino della squadra. La nota positiva è rappresentata dal suo possibile ritorno in posizione di 4 che lo riporterebbe alle cifre di una volta.
L'amicizia con Rondo, inoltre, potrebbe favorire l'approdo alla corte di Cuban.
Probabile Starting Five: Rondo - Ellis - Parsons - Nowitzki (Smith) - Chandler
Soluzione Houston
I Rockets sembrano la destinazione più probabile per l'ala. A Houston sarebbe al centro di un vero progetto vincente andando a completare un ottimo terzetto con Harden e Howard. Anche in questo caso tornerebbe in posizione di 4, con l'ingrato compito di fare da chioccia al giovane Terence Jones nel basket che conta.
L'amicizia con Howard, e la possibilità di entrare a far parte del roster di una contender, potrebbe favorire l'approdo a Houston
Probabile Starting Five: Bradley - Harden - Ariza - Smith - Howard
Soluzione Sacramento
I Kings lo cercano, come i Mavericks, da quasi due anni. Durante la pausa estiva cercarono invano lo scambio con i Pistons ma l'operazione non andò mai in porto. A Sacramento troverebbe giocatori del calibro di Gay e Cousins e una squadra in grado di stupire in NBA. Il problema vero si avrebbe nello spogliatoio dove la convivenza con giocatori dal carattere vivace come il suo, vedi Cousins, renderebbe l'ambiente di Sacramento poco gradevole.
Probabile Starting five: Collison - McLemore - Gay - Smith - Cousins
Per qunto riguara Detroit, invece, la situazione sembra assai complicata.
Il pessimo record e il roster a disposizione farebbe pensare al peggio ma ci potrebbero essere delle sorprese.
Dal punto di vista delle rotazioni si potrebbe avere un cambio radicale.
Infatti, il taglio di J-Smoove lascia scoperto lo spot di ala piccola (ruolo ricoperto in maniera pessima dall'ex Hawks in questi due anni); la situazione mette in discussione tutte le gerarchie create fino ad ora tanto da far pensare anche ad un inserimento del nostro "Gigi" Datome negli schemi del coach.
Il quintetto di Detroit attualmente potrebbe essere il seguente: Jennings - Caldwell Pope - Butler (Datome) - Monroe - Drummond.
La rivoluzione in casa Pistons è appena cominciata... e potrebbe riservare qualunque sorpresa.







Alessandro Falanga

giovedì 18 dicembre 2014

"OH MAMMA MIA!!"... L'ascesa di Marco Belinelli nel mondo NBA

L'NBA è il sogno di qualunque giocatore.
Se sei un giocatore europeo, e per di più italiano, quel sogno può diventare un'utopia.
Ma la storia non va sempre così, soprattutto se ti chiami Marco Belinelli.
Belinelli muove i suoi primi sul parquet con le giovanili della Virtus Bologna dove vince ben 4 campionati provinciali e regionali.
Passa alla Fortitudo Bologna nel 2003 dove sotto l'ala protettiva di coach Repesa riesce ad ottenere anche le prime gratificazioni sportive come lo scudetto del 2004-2005 o la finale(poi persa con il Maccabi Telaviv) di Eurolega.
Nel 2007 si presenta l'occasione di una vita: la scelta, alla numero 18 del primo giro, al Draft da parte dei Golden State Warriors.
Marco raccogliede la sfida con entusiasmo e riesce addirittura ad entrare nel quintetto base per ben tredici partite.
Verrà ricordato ad Oakland come "Rocky" dopo la grande prestazione da 23 punti contro i Toronto Raptors di Bargnani.
Nel 2009 viene scambiato proprio con i Raptors, per Devean George, dove però viene messo un bel pò in ombra dal talento di casa DeRozan.
L'anno successivo viene scambiato con i New Orleans Hornets, per Julian Wright, dove riesce ad incidere maggiormente.
Partendo dal quintetto titolare, assieme a giocatori del calibro di Chris Paul - Trevor Ariza - David West - Emeka Okafor, riesce a stabilire ottime percentuali, con 10 pts a partita, e a distinguersi per il mortifero tiro da tre (40%).
Inizia a conoscere la post-season e le buona prestazione contro i Los Angeles Lakers gli permette di farsi notare da coach Thibodeau che lo porta a Chicago l'anno successivo.
A Chicago Belinelli matura definitivamente con miglioramenti continui non solo nello score e nella difesa ma anche nella personalità (toglierà le castagne dal fuoco a Chicago più di una volta con punti all'ultimo secondo).
Nonostante l'ottima annata i Bulls decidono di non rinnovarlo... Facendo un grosso errore
A questo punto della sua carriera non poteva non arrivare l'occasione d'oro che gli viene offerta dai San Antonio Spurs.
Nella prima stagione con gli "speroni" Belinelli diventa un giocatore di livello superiore.
Aggiorna per due volte il suo carrer hig, con 28 e 32 punti (contro i Knicks di Bargnani), e con la percentuale del 44% al tiro da tre viene invitato all'All Star Game dove si aggiudica la gara dalla lunga distanza.
Il 15 giugno 2014 stabilisce un nuovo record: diventa il primo italiano a vincere un titolo NBA.
Nella stagione in corso conferma il suo rendimento in campo tanto che coach Popovic inzia a dargli maggiore fiducia schierandolo nei momenti cruciali.
I suoi tiri da 3 fanno ancora emozionare tanto al punto da far sobbalzare anche i cronisti degli Spurs dalla sedia al grido...OH MAMMA MIA!!
San Antonio



Alessandro Falanga

Ricomincio dal "tank": i Boston Celtics e la nuova ricostruzione

In questi anni di "big three" e di stelle migrate da un capo all'altro degli Stati Uniti si è assistito anche ad un altro fenomeno particolare: la crisi delle storiche squadre NBA.
Fra le tante una sta continuando il suo processo di rinnovamento attraverso la cessione delle sue ultime stelle: i Boston Celtics.
Lontani dal basket che conta dal 2010, e dal titolo dal 2007, i Celtics hanno deciso di cominciare, ancora una volta, tutto daccapo e puntare sui giovani talenti sparsi nel mondo della palla a spicchi.
Infatti da qualche giorno la dirigenza ha messo sul mercato gli ultimi due eroi dei "verdi": Rajon Rondo, reduce da un titolo e 2 finals, e Jeff Green.
La cessione dei due, e in particolar modo quella di Rondo, evidenzia l'intenzione della squadra di cambiare rotta e di chiudere definitivamente con il passato.
Rajon Rondo è al centro di voci di mercato dallo scorso anno quando dopo l'infortunio iniziava ad essere di troppo in una squadra come Boston.
Ottimo playmaker e grande passatore è diventato famoso per le sue palle rubate e per le sue penetrazioni fulminee.
Deficita un pò dalla lunga distanza e ai liberi ma è in grado di guidare la squadra alla vittoria.
E' stato accostato diverse volte alle più disparate squadre ma fino a questo momento nessuno si era mai sbilanciato.
Ora entrano in gioco ben cinque franchige: Dallas Mavericks, Houston Rockets, Sacramento Kings, Los Angeles Lakers e New York Knicks.
Fra queste solo i Mavericks, però, hanno avanzato un'offerta che comprende diverse scelte, compresa una prima, e il contratto del centro Brendan Wright in scadenza.
I Celtics cercano soprattutto scelte e contratti leggeri in scadenza.
Su questo punto senza dubbio sembrano in vantaggio le texane ma potrebbero esserci clamorosi colpi di scena coinvolgendo anche altre squadre.
Jeff Green, invece, dopo le sfortunate vicissitudini legate al periodo "celtico", sembra in procinto di salutare la squadra dopo essere stato considerato più volte il successore di Paul Pierce.
Giocatore dal doppio ruolo, ala piccola/ala grande, è un ottimo difensore ed un ottimo tiratore da tre.
Deficita leggermente sul gioco in post ma è in grado di aiutare la squadra a modo suo.
A differenza di Rondo la sua situazione è leggermente differente.
Potrebbe finire in qualsiasi squadra non solo per le sue doti ma anche e soprattutto per il suo contratto.
Infatti Green ha un contratto di 9,5 milioni per questa stagione con una player option per il prossimo.
Questo lo rende appetibilissimo e ricercatissimo sul mercato sia per una contender che per una squadra in cerca di riscatto.
La ricostruzione in quel di Boston è in atto.
Solo i prossimi giorni ci sapranno dire quali mosse verranno effettuate.



Alessandro Falanga

lunedì 15 dicembre 2014

Se il "Mamba" supera il "Re"

Ci sono volute ben due partite ma alla fine il record è arrivato.
Dopo la sofferta vittoria contro i Minnesota Timberwolves per 100 a 94 ed una prestazione da 26 punti 2 assist e 1 palla rubata, Kobe Bryant diventa il terzo marcatore di tutti i tempi con 32.293.
L'impresa è ancora più ampia perchè il "Black Mamba" è riuscito a superare nientemeno che sua maestà Michael Jordan.
Figlio di Joe Bryant, ricordato anche in Italia per le esperienze a Reggio Calabria - Pistoia e Reggio Emilia, Kobe muove i primi passi sul parquet proprio nel "bel paese"fra il 1984 e il 1991.
Nel 1996 decide di fare il grande salto nel basket che conta ma il draft lo confina alla posizione 13 e ad un futuro a Charlotte con gli Hornets.
L'abilità dell'esperto Jerry West, ex leggenda e allora GM dei Lakers, riesce a mettere a segno un colpo da maestro: Vlade Divac, centro ventottenne di esperienza nella lega, per la giovane guardia cresciuta cestisticamente in Italia.
La trade cambierà sia il destino della squadra che del giocatore.
Infatti, dopo gli anni da rookie e sophomore (dove si fa notare per le sue giocate e per le schiacciate nell'all-star game), comincia l'ascesa del giocatore sotto l'ala protettiva di coach "Zen" Phil Jackson e in coppia con Shaquille O'Neal.
Arriva il three-peat e Kobe diventa sempre più uomo franchigia della città degli angeli.
Dopo la parentesi senza vittorie, ma con grandi prestazioni anche in squadre non all'altezza della situazione, Bryant riprende in mano la squadra e, in concomitanza con il ritorno di Jackson, riporta i gialloviola ai fasti di un tempo.
Ritornano le finals e ritornano anche i titoli (2008 e 2009) in coppia con un altro lungo d'eccezione :Pau Gasol.
Dopo il quinto titolo iniziano a sprecarsi i paragoni con Jordan ma, purtroppo, il sesto anello non arriva.
L'addio di Jackson, divenuto nel frattempo Presidente dei Knicks, e l'abbandono dei pezzi da novanta della squadra lo proiettano ai giorni nostri dove, nonostante una squadra al di sotto delle aspettative, la guardia nativa di Philadelpia riesce ad imporre il suo stile unico nella lega.
Riesce a superare nei punti
un mito del basket NBA alla veneranda età di 36 anni e ad un anno dal ritiro.
Quando il sesto anello sembra quasi un'utopia...
Oppure No...

Congratulazioni Kobe!!!








Alessandro Falanga

sabato 13 dicembre 2014

Quando l'Italia non ti vuole. I cestisti italiani in Europa

Il campionato italiano di basket è diventato negli anni sempre più particolare.
Ogni stagione, infatti, ci si lamenta di quanti stranieri siano presenti nel nostro campionato e quante poche possibilità abbiano i nostri giovani.
In realtà, in un campionato dove va sempre più di moda "l'americano a mezzo servizio", sono transitate delle celebrità cestistiche che ad un certo punto della loro carriera hanno deciso di tentare la fortuna in altri campionati europei.
Il caso classico è quello di Pietro Aradori e Giuseppe "Peppe" Poeta.
Pietro Aradori nasce cestisticamente nelle giovanili del Lumezzane e del Casalpustarlengo.
Dopo l'esordio tra i professionisti con la maglia di Imola, con una media di 12.8 pts - 3.1 rbo - 2.2 stl, si trasferisce nel 2007 a Milano dove disputa un'ottima annata in coppia con Danilo Gallinari.
Conosce la maturità nel periodo 2008/2010 prima a Biella, dove sfiora anche l'NBA rinunciando poi all'elegibilità al draft, e poi a Siena dove inizia a respirare aria di Eurolega.
Nel 2012 passa a Cantù dove continua le sue ottime prestazioni chiudendo il campionato con 15 pts di media e l'Eurolega con 14.
Alla fine della stagione regolare si rende conto di non essere più al centro del progetto canturino e decide di migrare verso squadre più in vista e con più possibilità a livello europeo firmando per i turchi del Galatasaray.
La scelta turca, però, non risulterà la migliore sia per i pochi minuti concessi da Ataman che per i numerosi problemi societari della squadra.
Questa situazione ha costretto Pietro a fare di nuovo le valige in cerca di maggiore fortuna (si parla di Germania o Spagna ora).
Giuseppe "Peppe" Poeta muove i primi passi nella Battipagliese e nella Pallacanestro Salerno.
Esplode nelle fila della Teramo Basket dove, dopo il taglio di Duane Woodward, diviene il leader degli abruzzesi che porta alla salvezza.
Il suo "calvario" comincia nel 2010-2011 quando dopo il trasferimento a Bologna, sponda V nere, e dopo essere diventato capitano della squadra viene ripudiato totalmente dalla società venendo messo fuori squadra.
Decide di rimboccarsi le maniche e di trovarsi un contratto migliore per l'Europa.
Riuscirà a trovare spazio nel Saski Baskonia alla corte di coach Sergio Scariolo dove rimarrà nel cuore dei tifosi baschi per le sue prestazioni.
Divenuto free-agent durante l'estate, firma per il Manresa neopromosso in Liga ACB.
I casi dei due giocatori mostrano sempre più le contraddizioni del nostro campionato dove, nonostante i continui allarmi della GIBA, si preferisce schierare quintetti interamenti formati da stranieri piuttosto che puntare sui giocatori italiani.
La nuova riforma della Lega, che prevede la possibilità di tesserare due stranieri anche in B, creerà casi simili costringendo gli atleti a trovare spazio nelle più disparate compagini.
Aradori e Poeta sono la prova che il basket italiano è ancora vivo e che nonostante il poco spazio concesso dalle formazioni nostrane i nostri cestisti riescono ancora a farsi valere in giro per l'Europa.



Alessandro Falanga

mercoledì 3 dicembre 2014

Tu vuo fa l'americano - Gigi Datome e il basket NBA

L'NBA è il sogno di qualsiasi giocatore di basket.
Molte volte però il sogno si tramuta in un vero e proprio incubo e di frequente a viverlo sono i giocatori italiani.
Prima delle affermazioni di Bargnani, Belinelli e Gallinari i talenti nostrani non erano visti di buon occhio olteoceano e il più delle volte erano costretti a scaldare per una intera stagione la panchina prima di tornare nel vecchio continente.
I vari Dino Meneghin (scelto alla 182 da Atlanta), Augusto Binelli (scelto alla 40 secondo giro da Atlanta) Walter Magnifico (selezionato da Atlanta), Stefano Rusconi (scelto da Phoenix) e Vincenzo Esposito (scelto dai Toronto Raptors) nonostante il loro talento, di gran lunga espresso nelle competizioni europee, sono stati costretti a tornare in patria e cambiare i loro piani.
Una sorte simile è capitata ad un altro grande del nostro basket: Luigi "Gigi" Datome.
Cresciuto nelle giovanili del Santa Croce Olbia e passato poi per Siena, Scafati e Roma, Datome si trova, il 15 luglio 2013, davanti l'occasione della vita: un contratto da professionista con i Detroit Pistons.
Il giocatore sardo accetta volentieri la ghiotta occasione ma da subito nota qualcosa che non va: il minutaggio è scarso e il coach sembra non fidarsi di lui.
La stagione appena cominciata, nonostante il cambio di allenatore (Stan Van Gundy), lo vede sempre più ai margini delle rotazioni nonostante le rassicurazioni dello stesso coach durante la pre-season.
La partita con i Los Angeles Lakers (persa per 106 - 96), e i continui disastri della "Motor city", permettono a Datome di esordire e di mostrare tutte le sue qualità.
Entrato nell'ultimo quarto (per rimanerci fino a fine partita) riesce a mettere a segno una prestazione da 7 pts, 1 rbo, 1 asst e 1 stl.
Lo scorcio di partita giocato dall'ala italiana permette di fare una serie di riflessioni.
In primo luogo il quarto giocato da Datome&co(tutte seconde linee quali Augustin, Jerebko e Butler) è stato il migliore per la squadra che è riuscita anche a vincere il periodo per 31-25.
In secondo luogo le pessime prestazioni della squadra dovrebbero far riflettere l'allenatore ex Magic in quanto:
  • il quintetto titolare ha mostrato ampiamente di non avere stimoli facendosi surclassare più volte. Il lancio di giocatori dalla panchina, quali Datome, potrebbe far alzare il morale tanto ai singoli, data l'opportunità concessa, quanto alla squadra evitando figuracce in mezzo al campo
  • la manovra di attacco dei Pistons risulta sempre confusa e senza idee. L'inserimento di un giocatore come Datome consentirebbe di allargare il campo permettendo anche maggiori giocate dalla lunga distanza
  • la difesa avrebbe, inoltre, maggiore peso da affiancare a quello di Smith, Drummond e Monroe
Infine, se si cercano risposte sul campo da un giocatore (come dichiarato dallo stesso Van Gundy in pre-season) perchè non lo si fa giocare mai?
Nella speranza di un più ampio spazio nelle rotazioni della squadra dopo la convincente prestazione contro LA, godiamoci le gesta dell'ala sarda.


GO GIGI!!!!





Alessandro Falanga